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Public consultation on the future of electronic commerce in the internal market and the implementation of the Directive on electronic commerce (2000/31/EC
http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2010/e-commerce_en.htm Europa | Elda Brogi | Lunedì, 18 Ottobre 2010 Leggi
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Nel caso spagnolo che ha visto l'emittente Telecinco accusare You Tube di utilizzo illecito di file relativi ad alcuni show televisivi, importante sentenza di un giudice di Madrid che ha... Europa | Elda Brogi | Venerdì, 24 Settembre 2010 Leggi
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Audiovisivo
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Scritto da Matteo Maggiore- Controller, EU and International Policy, BBC
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Giovedì 28 Febbraio 2008 00:00 |
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Che il dibattito sul servizio pubblico radiotelevisivo non fosse più rinviabile si sapeva. Era stato detto e scritto spesso negli ultimi anni, anche sulla scia degli sforzi compiuti dal (ex) Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni per dare respiro a quel dibattito in un contesto di riforma della RAI parallela a quella delle regole generali di sistema delle comunicazioni e della risoluzione della questione del conflitto di interessi tra media e politica.
Paradossalmente, la goccia che ha fatto traboccare il vaso proiettando la discussione, almeno temporaneamente, dalla commistione opaca e vagamente sinistra di argomenti tecnici e ricatti politici alla luce intensa della furia popolare, è stata la RAI, con un atto di stupefacente goffaggine: l'invio di lettere ai cosiddetti "abbonati" (una parola profondamente fuori posto, come dirò) informandoli che d'ora in avanti dovranno pagare il canone radiotelevisivo anche se, pur non possedendo radio o TV, hanno però in casa computer o telefonini capaci di ricevere programmi RAI.
Nonostante l'esplosione dell'offerta di canali, servizi e piattaforme per la ricezione di contenuto audiovisivo, il servizio pubblico continua a avere un ruolo potenzialmente positivo e, per certi versi, fondamentale nei media di paesi piccoli e anche medi come l'Italia. Potenzialmente.
E tuttavia il servizio pubblico non l'ha ordinato il medico. Non deve esser preso per scontato, una realtà immutabile semplicemente perchè antica. Il mondo della comunicazione muta a velocità impressionante e mette in discussione modelli di finanziamento di tutti i tipi d'impresa. Il servizio pubblico non è immune dal bisogno di misurare e dimostrare il proprio successo. Al contrario, poiché pubblico, ha una doppia sfida: a priori, convincere il pubblico azionista – cioè coloro che, al contrario di chi sceglie di abbonarsi a un servizio (smettiamola percio' di chiamarli "abbonati"), devono pagare una tassa universale e regressiva, sia pure destinata a un'attività specifica – della bontà del modello proposto e del fatto che quel modello sia la scelta migliore per perseguire certi obiettivi di interesse generale. E a posteriori, come si è detto, dimostrare che l'azienda di servizio pubblico quegli obiettivi li ha conseguiti ed ha prodotto i risultati desiderati. L'azienda per cui lavoro, la BBC, è uscita l'anno scorso da un dibattito di oltre tre anni per il rinnovo decennale del suo statuto (che nel Regno Unito ha la pittoresca forma di un Royal Charter, una Carta Reale). Quel dibattito, a cui il Ministro Gentiloni diceva di ispirarsi almeno in parte, aveva coinvolto tutto il Paese: Governo, Parlamento, autorità delle comunicazioni (Ofcom), ma anche operatori commerciali, unioni di utilizzatori e di consumatori, e perfino migliaia di "civili innocenti", cittadini qualsiasi che prendevano carta e penna e scrivevano al Ministero della Cultura e dei Media il loro pensiero e le loro proposte per la loro BBC. Un lavoro immane. E naturalmente insufficiente: come c'era da aspettarsi, passato il capo della nuova Carta decennale elargita alla BBC il primo gennaio 2007, la discussione si è quasi subito riaperta: ora, sotto la guida di Ofcom, si parla di che uso fare del canone (di circa 210 Euro l'anno) dopo il passaggio definitivo alla trasmissione digitale nel 2012, se cioè continuare a destinarlo interamente alla BBC o distribuirlo a diversi operatori.
Diverso paese, diversi costumi. Ma per l'Italia ci sono forse un paio di punti interessanti in questa storia. Il primo è che, come dicevo, non è più possibile prendere il servizio pubblico per scontato. Bisogna scegliere: o si organizza una discussione aperta e trasparente, o si attende che la situazione esploda.
Il secondo aspetto rilevante della vicenda britannica è che la BBC prende costantemente l'iniziativa di lanciare la discussione e offrire un'analisi complessa dei fattori di cambiamento nel sistema dei media, proponendo per sé un ruolo coerente non (non solo) con le proprie ambizioni "istituzionali" e esigenze di sopravvivenza, ma anche con la più onesta e trasparente valutazione di quello che un servizio pubblico dovrebbe e puó fare per il pubblico pagante nelle circostanze attuali e prevedibili. In altre parole, non è solo un esercizio di tiro alla fune tra il servizio pubblico e il resto della società, ma uno sforzo di giustificare il finanziamento pubblico intellettualmente, economicamente e politicamente in base all'interesse generale.
Questa giustificazione, come ho detto (e come il caso della BBC dimostra), è possibile anche nell'era della rivoluzione digitale che stiamo vivendo; possibile, ma non certo semplice. Ha ragione chi dice che oggi il canone è una tassa di difficile comprensione per un gran numero di ragioni. Perfino al principio, quando la radiofonia emersa dalla prima guerra mondiale dovette farsi sistema, il canone fu una scelta precisa, più vicina (ahimé) al sentire di Stati intervenzionisti come quelli dell'Europa degli anni venti (compresi quelli totalitari come l'URSS e l'Italia) che a quello degli Stati Uniti, dove i media furono fin dal principio esclusivamente 'business'. Il fondatore della BBC, Lord Reith, è passato alla storia per molte citazioni, ma forse la più rivelatrice del suo pensiero profondamente paternalista è quella secondo cui, assieme allo spirito di servizio pubblico e alla sicurezza del finanziamento, fu "la forza bruta del monopolio" a fare il successo della BBC.
Il finanziamento attraverso il canone fu quindi una scelta libera e deliberata, non obbligata, legata all'era del monopolio. Come giustificarla nell'era dell'abbondanza di piattaforme e servizi?
La risposta della BBC si fonda essenzialmente su tre cardini: il perdurante bisogno di investimento in contenuti nazionali; la possibilità di offrire programmi innovativi e di qualità (compresa l'informazione indipendente); e, più in generale, il ruolo specifico del servizio pubblico nell'assicurare il più ampio accesso a quei programmi.
Senza entrare nel dettaglio di quello che è stato, e continua ad essere, un dibattito lungo e complesso, gli argomenti si possono riassumere telegraficamente così, nell' ordine.
La moltiplicazione di canali e servizi non porta automaticamente all'aumento dell'investimento nella produzione nazionale. In assenza di un soggetto forte al centro del sistema con l'obbligo e la vocazione a investire in produzioni nazionali di qualità in tutti i generi, c'è il concreto rischio di una riduzione dell'investimento. In Paesi medi come l'Italia e il Regno Unito, aperti alla concorrenza crescente dell'industria mondiale (soprattutto americana), il canone rappresenta un importante complemento all'investimento complessivo nella produzione audiovisiva. Rimuovere il canone significherebbe ridurre le risorse del sistema, senza alcuna assicurazione che il mercato le sostituirebbe.
Un'azienda a finanziamento pubblico come la BBC, poi, può – e deve – fare programmi nel solo interesse di attrarre spettatori e utilizzatori, ma senza pressione finanziaria legata al reddito pubblicitario. Chiunque abbia mai prodotto un programma sa quanto questo faccia differenza. I rischi creativi sono inversamente proporzionali a quelli finanziari. Certo, anche la televisione commerciale produce programmi innovativi; ma il finanziamento pubblicitario la obbliga a farlo con cautela e parsimonia. La televisione a finanziamento pubblico può – e deve – farlo sempre, in tutti i generi e in tutte le fasce orarie.
L'accesso, infine, è anch'esso funzione del finanziamento. Finanziamento certo attraverso il canone può – e deve – corrispondere a accesso libero, in chiaro, per quanto possibile su tutte le piattaforme disponibili e per il maggior numero possibile di spettatori.
E l'Italia? E la RAI? Visto dal di fuori, il sistema italiano dei media ha soprattutto due aspetti profondamente idiosincratici, legati tra loro: il duopolio RAI-Mediaset, e il conflitto di interessi irrisolto tra l'attività politica e quella economica di Silvio Berlusconi. Il secondo non è materia di quest'articolo. Sul primo, il duopolio, vorrei solo notare che ogni possibile soluzione del problema crea un dilemma assai pericoloso. Il duopolio fa male al servizio pubblico, perché conferisce alla RAI una funzione implicita di contraltare al monopolio della televisione commerciale detenuto da Mediaset. Il servizio pubblico non deve esser questo: non si puó chiedere ai cittadini di finanziare con il canone la soluzione alla minaccia di monopolio. Quella minaccia deve risolversi con l'applicazione di regole generali e specifiche sulla concorrenza e sul pluralismo dei media. Il ripensamento del ruolo della RAI deve concentrarsi sulla funzione specifica del servizio pubblico. La guerra di trincea con un potenziale monopolista privato, in cui la forma del servizio pubblico deve aderire a quella di Mediaset come il pezzo di un puzzle a pena del rischio di avanzate potenzialmente fatali per la libera concorrenza, rischia di viziare il dibattito, e rendere impossibile una difesa coerente del canone.
Si parla poi molto del problema dell'indipendenza del servizio pubblico dalla politica. È una questione centrale. Se il servizio pubblico è nelle mani dei politici e dei partiti, il canone è un dazio odioso, un riscatto insensato pagato a potenti che tengono gli spettatori ostaggi della loro influenza. Naturalmente, sono in primo luogo i politici che devono risolvere questa questione. E se non lo faranno, in fin dei conti si troveranno in mano un pugno di mosche. È questione di tempo (e i tempi possono certamente trascinarsi a lungo), ma in fin dei conti l'influenza politica indebita sul servizio pubblico rende il pagamento del canone completamente ingiustificabile, e la ribellione inevitabile. Abusare del "giocattolo" porterà certamente a romperlo.
La RAI stessa ha la possibilità – e la responsabilità – di intervenire in questa questione. Senza un chiaro segnale di vitalità, senza la "schiena dritta" invocata dal Presidente Ciampi anni fa, qualsiasi servizio pubblico si mette di fatto alla mercè del potere politico. L'indipendenza non è un dono divino. La BBC è stata più indipendente quando ha più lavorato (lottato, a volte) per esserlo, lo è stata meno quando ha abbassato la guardia. Lo stesso vale per la RAI: più colpi batterà, maggiori saranno le chances di offrire sponde a quei politici che lavorano per un rapporto più sano e corretto tra politica e media.
Il tipo di finanziamento è anch'esso questione cruciale. In Inghilterra, l'argomento principale in favore del finanziamento pubblico è che esso è alternativo alla pubblicità. Il canone serve a finanziare una televisione libera dalla pressione degli inserzionisti. Anche in realtà diverse, dove la pubblicità è stata parte del finanziamento e dei programmi del servizio pubblico fin dal principio, sembra molto difficile giustificare il ruolo del canone in un sistema di finanziamento misto. Alla fin dei conti, i servizi pubblici finanziati con la pubblicita' sono costretti a vincere la gara di audience per questioni di sopravvivenza, non di premio all'innovazione e alla qualità. Il rischio finanziario induce a scelte "sicure" e a concentrarsi su segmenti redditizi dell'audience a scapito di altri. La specificita', la "distintività" dei programmi ne risente al punto che gli spettatori non vedono più la differenza. E allora perché pagare il canone?
In Francia, Nicolas Sarkozy ha suggerito (o piuttosto annunciato) che il servizio pubblico può rinunciare alla pubblicità e che si possono trovare altre forme di compensare la perdita di reddito attraverso tasse su introiti pubblicitari e traffico internet da destinare al servizio pubblico. La proposta spaventa molti sostenitori del servizio pubblico che ne sospettano la malafede, tra l'altro a causa dell'amicizia tra il Presidente francese e i magnati della televisione commerciale. Si vedrà; ma l'idea ha il merito di rompere un tabù, quello per cui i servizi pubblici finanziati con la pubblicità non possano mai più rinunciarvi. Invece è il momento di pensare a tutte le opzioni capaci di rendere il servizio pubblico piu' "speciale", piu' libero dall'imperativo immediato dell'audience. Chissà: forse per un servizio pubblico senza pubblicità – e quindi anche libero di fare programmazione più innovativa e stimolante – alcuni di coloro che si oppongono al pagamento del canone di oggi sarebbero anche disposti a pagarne uno leggermente più alto?
Per concludere, costruire una giustificazione coerente e efficace del canone nell'era digitale è possibile, ma l'esercizio presenta molti difficili ostacoli. Presupposto per il successo è convincere i cittadini della buona fede del servizio pubblico, della sua capacità di fare quel che promette, della disponibilità a misurare la sua performance in maniera trasparente, e a riaprire il dibattito di continuo, al passo con la velocità e l'intensità del cambiamento tecnologico.
Ma nell'era della convergenza, l'ostacolo intellettuale più difficile è forse quello del legame tra canone e televisore. La discussione è aperta e accesa ovunque: ammesso che il canone possa continuare a avere un ruolo positivo, su che cosa si paga? Su un televisore? Un computer? Un telefonino abilitato alla ricezione di programmi? È la questione più delicata, quella a cui finora nessuno in Europa ha trovato una risposta chiara e condivisa.
Il servizio pubblico televisivo e' a una svolta cruciale. Nei prossimi anni potrebbe scomparire. Molto dipendera' dal modo in cui i servizi pubblici sapranno porre i termini del confronto con i cittadini.
Dato tutto questo, visto da fuori, e' difficile immaginare un modo piu' svantaggioso dal punto di vista della RAI di aprire la discussione della lettera inviata ai cittadini qualche giorno fa. Se il dibattito sul canone è un campo minato, che la BBC ed altri servizi pubblici attraversano con estrema cautela, tentando di esercitare un certo controllo almeno sulla sequenza secondo cui le questioni vengono affrontate e disinnescate, quella lettera ha l'effetto di un ippopotamo che, partito in ritardo, decida di attraversare quel campo minato al galoppo. Il legame tra canone e apparecchi è forse la mina più pericolosa; nessuno è ancora riuscito a disinnescarla completamente. Nell'assenza di risposte convincenti su tutti gli altri aspetti della questione, la lettera inviata agli utenti rischia di generare un'esplosione assordante e definitiva. |
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